L'impronta della mente
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Esiste un desiderio umano che persiste ostinato come una radice nel terreno, quello di catturare la natura. Registrarla, documentarla, lasciarvi dentro la traccia del nostro passaggio. L'urgenza di imprimere il nostro stare al mondo in una forma permanente, come se il non-fissare equivalesse a non-esistere. E dunque, fin dalle caverne, dove ancora respirano i nostri antenati sotto forma di carbone e ocra, l'uomo ha lasciato impronte. Segni. Una conversazione silenziosa con lo spazio.
La nature printing è il perfetto matrimonio tra questa compulsione e un'altro desiderio profondo: quello per la conoscenza. Studiare la natura risponde a molte domande sull'esistere sia da un punto di vista scientifico che filosofico. L'osservazione profonda di ciò che ci compone, del mondo che ci circonda coesiste con la conoscenza di se stessi. L'intimo si mischia con il generico e ci aiuta a definirci nello spazio.
Ed ecco che foglie, fiori, rametti, persino la pelle di serpente e tutto ciò che potesse lasciare un'impronta sulla carta, diventa mezzo di trascrizione.
Nel diciottesimo secolo, botanici e naturalisti scoprirono che questa tecnica permetteva loro di riprodurre le piante con un iperrealismo in una velocità che il disegno a mano non garantiva. Accostarono le immagini ai loro studi su proprietà mediche, come se la natura potesse raccontare tutto di sé attraverso il suo stesso corpo compresso sulla carta.
Il diciannovesimo secolo volle fare di meglio, naturalmente. Affinò le tecniche, strinse un patto con la tecnologia, riuscì a estrarre dettagli sempre più microscopici. E il risultato? Rappresentazioni tanto precise da far sembrare quasi superfluo guardare ancora fuori dalla finestra, cosa che ci ha portato inevitabilmente ad allontanarci da un contatto diretto con la natura, dimenticandone i ritmi e i respiri.
Ma gli artisti moderni, Max Ernst, Richard Long, Jasper Johns, e i tanti altri che seguirono scoprirono qualcosa di più interessante. Non era la perfezione che cercavano. Era l'accidente, l'imprevedibile, il dialogo tra intenzione e caso. La nature printing divenne, nelle loro mani, meno una documentazione scientifica e più un'intima negoziazione con il caos. Una cosa che, perbacco, suona molto più vera.
Ed è proprio in questo spazio dove il rigore del metodo incontra l'anarchia del caso che si muove il lavoro di Valentina Monari e Felipe Celis.
Loro hanno compreso che il confine tra fantasia e realtà non è una linea netta, ma piuttosto un erbario di possibilità. Hanno ripreso la verità della nature painting (quel contatto diretto, quell'impronta autentica) e l'hanno lasciata respirare, l'hanno abitata dall'immaginazione.

©Valentina Monari e Felipe Celis.
Ho avuto la fortuna di incontrare il loro Herbario de una expedición gráfica lo scorso inverno, alla fiera di editoria indipendente al Base, e quella scoperta ha avuto lo strano effetto di farmi capire che le piante vere e quelle inventate potrebbero avere esattamente lo stesso peso.
Eccovi allora questa conversazione, un dialogo dentro il nostro giardino, dove si parla di piante o fantasia poco importa.
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INTERVISTA A VALENTINA MONARI E FELIPE CELIS
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1. Per chi ancora non vi conosce, vi va di raccontare chi siete e qual è il vostro percorso?
Valentina: mi occupo di gestione culturale e arti visive, sono appassionata di serigrafia, microeditoria e stampa in generale. Al momento lavoro nella programmazione di un centro culturale a Bologna, ma prima di mettere radici in po' più definitive nella città in cui sono nata ho avuto occasione di passare un po’ di tempo in Colombia, un paese che mi ha colpita così tanto da farmi tornare ancora e ancora. In uno di questi viaggi ho conosciuto Felipe, facendo visita al suo laboratorio di Bogotà, Taller Trez.
Felipe: Io sono Felipe Celis, artista visivo colombiano, e da poco più di dieci anni sono co-direttore di Taller Trez, uno spazio focalizzato sulle arti grafiche tradizionali (incisione, serigrafia, litografia). Lì, oltre a portare avanti i nostri progetti personali, realizziamo lavori di stampa, ma ci interessa soprattutto condividere e scambiare idee con altri artisti attraverso residenze artistiche e progetti collaborativi.
2. Entriamo subito nel vivo del progetto che mi ha portato a voi: Herbario. Nasce da un viaggio in Colombia, tra la Guajira e i Páramos. Come si decide di trasformare un'esperienza di campo in un libro? C'è stato un momento preciso in cui avete capito che quello che stavate raccogliendo era già un progetto?
All'inizio non lo avevamo molto chiaro; eravamo semplicemente sicuri di voler esplorare la Colombia e realizzare un progetto grafico nell'ambito di una residenza a Taller Trez. Entrambi eravamo un po' ossessionati dalle piante e dalle loro capacità di adattamento agli ecosistemi, così abbiamo deciso di andare nei luoghi più opposti che potessimo immaginare: la Guajira, un deserto a livello del mare, e il páramo, montagne a più di 3000 metri di quota. Siamo andati in questi posti con la mente aperta, per vedere cosa avremmo trovato, e durante il viaggio stesso il progetto ha iniziato a prendere forma.

©Valentina Monari e Felipe Celis.
3. La nature printing è una tecnica del XVII secolo: le piante diventano esse stesse matrici di stampa. Come avete incontrato questa tecnica, e cosa vi ha convinto a usarla invece di disegnare o fotografare?
Volevamo che l'impatto con il lettore fosse guidato dall'oggettività e dal realismo. Per questo abbiamo scelto di trasferire l'inchiostro direttamente dalla pianta alla carta: una traccia pura che crea un patto di fiducia immediato con chi osserva. Laddove il disegno avrebbe imposto un'interpretazione personale, questa tecnica si fa da parte per esaltare l'autenticità delle forme vegetali. La fotografia interviene invece in un secondo momento, per documentare il viaggio come in un piccolo estratto di un diario di campo.
4. Nel libro si dice che nessuna pianta è stata strappata per realizzarlo. Questa attenzione etica, trattare la materia vivente con rispetto, come entra nel vostro processo creativo in generale? E come avete fatto a stamparle?
La radice del progetto erano le incredibili capacità di adattamento delle piante per sopravvivere negli ecosistemi più avversi, quindi non avrebbe avuto alcun senso "danneggiare" le piante per mostrare come sopravvivono. Fin dall'inizio sapevamo che la cosa importante erano le piante, non il progetto. Per questo, all'inizio scattavamo foto e facevamo disegni, ma poi ci siamo resi conto che c'erano molte piante già cadute o morte che potevamo raccogliere senza intaccare il luogo, e abbiamo lavorato con quelle.

©Valentina Monari e Felipe Celis.
5. Valentina, nella tua ricerca parli spesso di concordanza tra mezzo e messaggio e in questo progetto la pianta stampa letteralmente sé stessa. Ma nel processo di raccolta sul campo, cosa rimane impossibile da catturare? Cosa si porta via da un ecosistema che non ha impronta?
La stampa naturalistica è un'impronta bidimensionale, ma un ecosistema è un'esperienza totale. Rimane impossibile da catturare l'aria rarefatta e umida del páramo a 3000 metri, il vento costante del deserto della Guajira, e il silenzio interrotto solo dai nostri passi. Da un viaggio così ti porti via l'invisibile: la sensazione di meraviglia che provi davanti all’armonia di piante e animali nei luoghi in cui nascono.
©Valentina Monari e Felipe Celis.
6. Felipe, il tuo lavoro con il grabado ( incisione) ha radici in una tradizione molto radicata in Colombia. Come si è incontrato con l'approccio più europeo e sperimentale di Valentina? Ci sono stati momenti di frizione, o è stato un dialogo naturale?
Credo che l'incisione abbia molta più tradizione in Europa che in Colombia, ma a livello personale Valentina ha indubbiamente portato un approccio diverso, forse un po' sperimentale. Io lavoro sempre partendo dal disegno, mi piace fare le cose con le mie mani, ma volevamo che il progetto si percepisse come condiviso, senza che la voce di uno sovrastasse quella dell'altro. Cosa ancora più importante, volevamo che le protagoniste fossero le piante, quindi la nature printing si è rivelata perfetta. Certo che ci sono state frizioni, ci sono sempre quando metti tutto te stesso in un progetto, ma è stato un bellissimo percorso: Valentina mi ha aperto gli occhi su molte possibilità della grafica.
7. Le sette specie scelte raccontano ecosistemi molto diversi: la macchia arida della Guajira e l'umidità dei Páramos. Come avete scelto quali piante includere? Ci sono criteri estetici, ecologici, o entrambi?
Un po' entrambi. Il criterio principale era l'adattamento a questi due ecosistemi così opposti e con condizioni di vita così difficili, ma ci siamo resi conto che, nel mondo vegetale, questi adattamenti si traducono in forme e texture meravigliose. In un certo senso, era come se le piante usassero la bellezza per sopravvivere alle avversità.
8. Gli erbari storici nascono come strumenti scientifici. Il vostro, invece, ha qualcosa di più vicino alla poesia o al diario di viaggio. Come vi rapportate a questa tensione tra rigore documentario e interpretazione soggettiva?
Credo che questa tensione sia precisamente l'obiettivo del progetto. Esistono centinaia di lavori e ricerche sull'importanza delle piante, ma alla gente spesso non interessano quei dati puramente tecnici. Sapevamo che era importante puntare al cuore, senza però perderci in un mondo di fantasie; volevamo posizionarci esattamente nel mezzo. L'obiettivo è fare in modo che le persone si interroghino sulle piante, che facciano ricerche e, se possibile, che vadano a cercarle di persona per vedere quanto ci sia di scientifico e quanto di soggettivo.
9. Avete lavorato insieme dall'inizio, o ci sono parti del progetto che sono rimaste separate, una più fotografica, una più grafica e si sono incontrate solo dopo? La tua palette è terrosa, opaca e silenziosa. Questa scelta cromatica nasce da un'esigenza tecnica, o è prima di tutto una scelta stilistica?
La scelta dei colori, della carta, dei font e dell’impaginazione nasce dal desiderio di restituire un senso di semplicità. Ci siamo ispirati alla purezza degli erbari antichi, realizzati con la nostra stessa tecnica o illustrati attraverso una palette di colori estremamente ridotta, se non monocromatica. Il progetto è cresciuto in modo organico, guidato dall'intento di dare vita a una narrazione completa. Infine, abbiamo scelto di inserire una guida passo dopo passo sul nature printing: l'obiettivo è rendere chi legge più consapevole della profonda connessione che l'arte può creare con il mondo vegetale, con la speranza di incuriosire e spingere a sperimentare la tecnica in prima persona.
©Valentina Monari e Felipe Celis.
10. La Colombia è un territorio botanicamente straordinario ma anche attraversato da grandi fragilità ecologiche. Quanto è presente questa consapevolezza nel libro, e quanto volevate che lo fosse?
Questa consapevolezza è stata il motore silenzioso di tutto il progetto. La Colombia ospita una biodiversità straordinaria, ma i Páramos e la Guajira sono ecosistemi fragili, costantemente minacciati dal cambiamento climatico e dallo sfruttamento umano.
Non volevamo fare un libro di denuncia esplicita o politica, ma crediamo che mostrare la bellezza e l'incredibile capacità di adattamento di queste piante sia una forma di attivismo.
11. Avete in mente un prossimo viaggio, un prossimo territorio da esplorare? O questo tipo di progetto richiede una distanza, temporale, geografica prima di poter ricominciare?
Dopo questo herbario abbiamo tentato di fare altre esplorazioni ma le contingenze ce lo hanno impedito. Ora siamo lontani ma portiamo con noi questa esperienza preziosa che abbiamo fatto insieme, e soprattutto queste immagini e questi racconti ci permettono di tornare quando vogliamo in quei luoghi tra memoria e immaginazione.

©Valentina Monari e Felipe Celis.
12. Prima di salutarvi, volete consigliare una lettura, un artista, uno scrittore o una figura che ispira il vostro immaginario e il vostro processo creativo?
Dal punto di vista scientifico, la nostra principale fonte di ispirazione è stata Stefano Mancuso. Le sue ricerche sulle neurobiologia vegetale ci hanno permesso di osservare le piante come un sistema complesso e interconnesso, da cui noi animali dipendiamo e da cui possiamo apprendere modelli organizzativi e sociali per un futuro migliore. Sul piano immaginativo, invece, la nostra guida è stata Leo Lionni, grazie alla sua straordinaria capacità di usare la fantasia in modo lucido e rigoroso per dare vita a mondi affascinanti e possibili.
Ringrazio di cuore Valentina e Felipe per avermi dedicato questo tempo prezioso.
Se volete approfondire il loro lavoro li travate qui:
Valentina Monari e il suo sito
Felipe Celis e il suo sito