Si può scherzare con la vita, ma con la morte no
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Per il numero di Novembre della rivista con cui collaboro, ho dovuto illustrare un articolo sulla morte. Il filo conduttore dell’articolo era Il dia de los muertos messicano che, come per i paesi cattolici, cade il 2 di novembre. Per questa illustrazione mi è stato chiesto di ispirarmi al folklore messicano, ai costumi e ai riti che la gente usa durante questi giorni di festa. Ed è proprio facendo ricerche sulla tradizione de Il Dia de Los Muertos che ho cominciato a riflettere sulla morte e sull’elaborazione del lutto.

Ogni cultura ha una reazione diversa davanti alla morte, nella nostra società è notoriamente un argomento tabù. Lo storico Philippe Ariès, noto medievalista del secolo scorso, diceva che nel ‘900 il tema della morte era proibito quanto quello del sesso nel ‘800, e oggi che siamo nel 2024 la situazione non è cambiata poi molto. Addirittura nell’uso del linguaggio la morte viene nascosta. Difficilmente si comunica la morte di qualcuno dicendo che è morto.
Si preferisce dire che è scomparso, che se n’è andato, che è mancato. Morto, mai. Il pudore davanti al dolore della morte ci lascia in bocca sinonimi più pronunciabili quando si è vicini alle persone in lutto, mentre quando lo si sta vivendo, ci si ritrova muti. Concita de Gregorio nel suo libro Così è la vita come dirsi addio, ci dice che l’assenza di un argomento dalla conversazione, o dal dibattito pubblico è una presenza molto forte. Non parlare di morte non impedisce alla gente di morire, e per quanto i modelli politici e sociali cche ci circondano promuovano l’idea dell’immortalità raggiungibile gradualmente attraverso interventi estetici, sieri ringiovanenti o pillole miracolose, dobbiamo accettare che nessun artificio può cambiare la vera natura delle cose. Quello che tocca chiedersi è perché la malattia, la morte, la vecchiaia sono scomparse, nascoste o narrate in modo distorto? Come mai nessuno vuole più invecchiare. Come mai lasciarsi crescere i capelli bianchi è diventato un atto politico contro l’estetica della gioventù?
Il dibattito si ramifica e ci porta su molte riflessioni già percorse nei precedenti numeri di Polline dunque non mi dilungherò oltre, si può dire però che la fallibilità quanto la decadenza, la sconfitta, la delusione, la mancanza sono oggetto di vergogna che vanno corretti e quando ci capita di mostrarli lo facciamo a favore di telecamera scambiando l’empatia con engagement.
Ecco che fenomeni come la “death walk” ( La passeggiata d'onore o cerimoniale che si tiene quando un paziente viene trasportato da una sala operatoria o un'ambulanza in terapia intensiva in attesa della morte) hanno milioni di visualizzazioni su Tik tok. Oppure le pagine Facebook dei defunti che vengono riempite di ossequi o saluti come se il defunto li potesse ancora leggere continuano a vivere per anni. Anche le fotografie del morto nella bara durante i funerali vengono sempre più spesso condivise sui social soprattutto in Asia e in Sud America. Nell’800 fotografare i morti era una pratica piuttosto comune per conservarne un ricordo indelebile. Gli studi fotografici dell'epoca si organizzavano di conseguenza, organizzando le pose delle foto post mortem sia a casa del defunto, sia presso il loro studio, ma nell’epoca moderna questa pratica è stata dismessa, soprattutto in Europa. Oggi però con i social, sembra essere tornata di nuovo in auge.

La parte del libro di Degregorio che mi ha fatto riflettere di più è quella del lutto spiegato ai bambini. Da autrice di libri per bambini mi sono accorta che la tendenza nell’editoria degli ultimi 15 anni è stata quella di eliminare le brutture dai libri, morte compresa. I testi per l’infanzia nella maggioranza dei casi hanno assunto tratti pastello favorendo per lo più contenuti didattici anziché storie. Questa tesi è stata argomentata benissimo nel libro “la porta segreta, perchè i libri per bambini sono una cosa serissima” di Marc Bennet, dove Bennet denuncia la deriva dei libri per l’infanzia verso testi funzionali all’educazione del fare cose o capire cose, a discapito del semplice piacere della lettura, cosa che viene riservata solo al mondo adulto o teen.
La fiaba è uno strumento che permette di catturare l’attenzione del bambino, di suscitarne la curiosità, sviluppando il piano emotivo, limitando le paure e suggerendo quelle che possono essere le soluzioni ai problemi che inquietano (Bettelheim, 2005).
All’epoca di Andersen o dei fratelli Grim la morte e la violenza non erano nascoste ne edulcorate, ma facevano parte della vita e così anche delle fiabe che avevano il compito di assumere il valore simbolico o archetipo di accompagnare il bambino alla comprensione di sé e delle pulsioni interne ed esterne che muovono l’umano. Il modello narrativo del viaggio dell'eroe, elaborato dallo sceneggiatore Christopher Vogler, si basa su archetipi e si articola in tappe che guidano l'eroe verso un percorso di crescente auto-consapevolezza. Questa universalità deriva dal fatto che personaggi e storie affondano le radici nell'inconscio collettivo. In particolare, l'eroe è legato all'immaginario della crescita personale: i miti raccontano momenti cruciali di transizione nella vita, segnando il cammino dell'individuo.
Escludere il tema della morte significa negare il tempo e l'esperienza legati al dolore, limitando così la narrazione della vita stessa.
Gilbert Keith Chesterton ( scrittore britannico) diceva: “Le Fiabe dicono più che la verità. E non solo perché raccontano ai bambini che i draghi esistono,
perché questo i bambini lo sanno già, ma anche perché affermano che si possono sconfiggere”.
Siamo noi adulti e non i bambini ad avere paura di trattare il tema della morte.
I bambini ne sono attratti e lo spiega bene il successo editoriale dei
Coniglietti suicidi , un libricino presto diventato una serie, dove con vignette molto semplici fatte al tratto nero, Andy Riley illustra piccoli e teneri coniglietti che semplicemente non hanno più voglia di vivere e cercano di togliersi la vita in modi assurdi e ridicoli capaci addirittura di strapparci qualche risata.
Edward Gorey, scrittore e disegnatore statunitense, precorre i Riley di qualche decennio con i “I piccini di Gashlycrumb” dove 26 bambini, uno per ogni lettera dell’alfabeto muore in modo violento e inaspettato. Ecco che Amy cade dalle scale, Basil è assalito dagli orsi, Clara fa una fine derelitta. La prima edizione di questo libro è del 1967 e l’estetica richiama quella delle incisioni di Durer, Ensor e l’iconografia della danza macabra dove la morte viene rappresentata come uno scheletro.
La morte può essere anche simbolica ed applicarsi ad altre parti della nostra vita. La fine di una relazione, la morte di un’idea che avevamo di noi o di un progetto di vita che ritenevamo molto importante, la fine di ciò che ergiamo come pilastro della nostra esistenza ci fa provare un dolore non meno totalizzante di quello della morte di qualcuno e come per la morte di qualcuno si deve affrontare il lutto.
il lutto ha notoriamente 5 fasi: Rifiuto e negazione, Rabbia, Patteggiamento o contrattazione, depressione, accettazione. L’elaborazione del lutto può avvenire solo con l’accettazione della trasformazione che inevitabilmente la morte lascia nella nostra vita.
Nel libro “la via del bosco” Long Litt Woon, scrittrice, antropologa e micologa Norvegese di origine Malese ci racconta come attraverso lo studio dei funghi ha elaborato il lutto per la morte prematura del marito. Il libro percorrere le fasi del lutto come una passeggiata nel bosco frammentata da osservazioni micologiche accurate quanto gli aneddoti che ricordano il defunto marito che via via lasciano spazio ad una nuova narrazione della vita che continua. La cosa interessante di questo libro è proprio il parallelismo tra il lutto e la micologia. I funghi che insieme a larve e altri microorganismi decompongono i cadaveri trasformando la morte in vita, la stessa cosa che avviene con il dolore della scrittrice.
La natura è brutale ma ci insegna che con la morte non finisce ogni cosa, che dalla fine può esserci un nuovo inizio.