La misura delle cose

La misura delle cose

C'è un gesto che ritorna in molte delle cose più belle che conosco: la ripetizione. Pensateci bene: quando le mani si muovono staccando rapide un pezzo di pasta collosa dove si affonda il pollice spingendo fuori la forma semisferica e rugosa delle orecchiette, quel gesto perpetuo diventa un mantra rassicurante e distensivo. Da quel gesto nascono dei moduli, non perfettamente uguali ma simili tra loro, che poi noi ci mangiamo con le cime di rapa anch'esse composte da piccoli frutti simili ai broccoli che non sono altro che moduli ripetuti. La natura fa della ripetizione un atto vitale. Le cellule, i cristalli, i petali di un fiore, tutte queste cose obbediscono a una legge modulare che le cataloga per genere e somiglianza ma non le vincola all'identicità. È un principio che il Bauhaus aveva capito benissimo, e che aveva trasformato in disciplina: il basic design, ovvero l'idea che la complessità visiva non si inventa ma si genera, a partire da qualcosa di elementare che si ripete, si ruota, si specchia, si varia di poco. Il basic design sancisce una grammatica ritmica e visiva della forma che vale per la tipografia, per l'architettura, la ceramica e per l'arte tessile.

Ho trovato nel lavoro di Francesca Zoboli un eco preciso della ricerca di Anni Albers, figura di spicco nel mondo del design che meriterebbe molto più spazio di quello che generalmente le viene riservato fuori dai corsi di settore. Anni Albers si iscrisse al Bauhaus nel 1922 e fu indirizzata, come quasi tutte le donne, al laboratorio di tessitura, anziché subirlo come una limitazione, lo trasformò in un campo di ricerca radicale. Capì che il telaio non era uno strumento ma un sistema di pensiero: ordito e trama come griglia, il filo come unità minima, il modulo che si ripete fino a diventare superficie, colore, forma.

Fiori Blu - Foglie, Francesca Zoboli

Guardando il lavoro di Francesca Zoboli ho pensato subito a lei. Non per l'estetica, Zoboli lavora con carta, cera, inchiostri e non con il filo, ma per quella stessa logica profonda dove un elemento semplice che si ripete, si accumula e si sovrappone, fino a diventare qualcosa di diverso della sua natura rivelando la sua essenza. La ricerca di Zoboli in Fiori Blu, parte dall'iris. Lo osserva, lo smonta seguendo la precisione maniacale delle tavole botaniche settecentesche e avvia un'indagine approfondita di tutte le parti che lo compongono. Petali, foglie e radici, vengono separate e studiate ciascuna con le sue peculiarità e forma, vengono ripetute e sintetizzate come una danza ossessiva e cadenzata. A un certo punto l'iris smette di essere iris e diventa modulo, struttura e astrazione.E

Ho avuto la fortuna di poterle fare qualche domanda per voi.

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INTERVISTA A FRANCRSCA ZOBOLI
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Ciao Francesca,

Benvenuta a TALEA.

Grazie per essere venuta a passeggio nel bosco con noi

1) Per chi ancora non ti conosce, ti va di raccontare chi sei e qual è il tuo percorso?Mi è sempre piaciuto disegnare, così dopo il liceo scientifico ho deciso di iscrivermi a un corso biennale di Visual design alla scuola Politecnica di Design di Milano. Una delle prime scuole di quel genere, improntata dagli studi della Gestald e dalle ricerche della grafica Svizzera, dove insegnava anche Bruno Munari. In contemporanea al secondo anno, ho deciso di iscrivermi anche all’Accademia di Brera, perché sentivo il bisogno di ampliare i miei orizzonti culturali rispetto alla storia dell’arte e alle tecniche artistiche.
Ho avuto un insegnante di pittura straordinario, Beppe Devalle, le cui lezioni quotidiane sono state illuminanti. Successivamente ho fatto qualche stage in studi di grafica (Achilli e Piazza, Studio Arcoquattro), e varie collaborazioni editoriali come grafica.
Poi con due amiche con percorsi simili, un po' per caso abbiamo aperto lo studio di decorazione, “L’O di Giotto”, all’epoca eravamo delle pioniere e non c’era internet, era un mondo abbastanza inesplorato.
E’ durato una quindicina di anni.
Poi intorno al 2000 ho avuto la possibilità di acquistare uno studio e ho cominciato ad affiancare la pittura alla decorazione, creando relazioni tra le due ricerche , orientate sempre di più verso l’astrazione.

2) Il tuo lavoro è decisamente trasversale e tocca diversi ambiti, dalla decorazione all'editoria, quale di questi mondi ti appartiene di più e in quale ti senti rappresentata meglio?
Diciamo che forse la decorazione è l’ambito in cui mi riconosco maggiormente anche se  ultimamente mi sento molto spostata verso la ricerca pittorica e grafica, il concetto di decorazione però per me è molto vasto, è simile a come veniva concepito dagli artisti delle avanguardie storiche, che passavano attraverso i più svariati ambiti con molta disinvoltura, trasportandovi la propria sensibilità. Inoltre mi interessano moltissimo anche tutte le manifestazioni “popolari” derubricate sotto la voce di artigianato, spesso le trovo più interessanti dell’arte ufficiale.
Per quanto riguarda l’editoria nutro un grande amore per il libro inteso come dispositivo fisico narrativo, sicuramente per tutto quel filone che da Munari arriva a Komagata e che mi ha molto influenzato, infatti più che un illustratrice mi sento una progettatrice di libri, non credo di saper illustrare storie, ma credo di saperle creare interagendo con la struttura stessa del libro.

3) Come descriveresti il tuo processo creativo?
Sono molto sperimentale nel mio modo di procedere, ho delle materie e delle modalità di lavoro ricorrenti. La carta anche di grandi dimensioni è il mio supporto d’elezione.
Adoro le carte da pacco, anche strane, come le carte alimentari o recuperate dai grossisti. Rispetto agli strumenti e i colori che utilizzo, mi piace esplorare l’uso di materiali non standardizzati, come le candele, la ruggine, o le aniline dei falegnami.
Ci sono elementi che ricorrono nei miei lavori, come le righe, i pois, forme geometriche e organiche e che si ritrovano più o meno adattati ai vari contesti in cui mi trovo a lavorare.
Il processo di lavoro avviene invece per assemblaggio, come fare un collage in cui gli elementi si combinano e cambiano fino a trovare la composizione finale.

Quando dipingo mi sento un po' come in cammino, che per altro è una attività che mi piace molto praticare. 
Una meta c’è, anche se indistinta. La partenza potrebbe essere motivata da un semplice frammento di carta con un colore che mi piace, ed è il mio primo appoggio.
Questo è il momento in cui tutte le possibilità sono aperte, in cui il foglio è bianco e fa entusiasmo ma anche paura. Intorno iniziano a muoversi e spostarsi  cose che si accettano e si respingono, resto in ascolto.

Poi sul cammino c’è un inciampo, vedo una stradina nuova, e inizio a percorrerla.Si apre un panorama imprevisto che può interessarmi. Il caso viene accolto, il lavoro prende forma e direzione. Spesso mi fermo per rivedere tutto il percorso.

Questo e quello non mi convincono più. Torno indietro un pochino, cerco nuovi spunti, avanti e indietro e piano piano arrivo alla fine del viaggio.

Assomiglia a quando da piccola per guadare un fiume mi appoggiavo con cautela ai sassi sporgenti dall’acqua, un passo alla volta ed ero dall’altra parte.


Mostra Controforme, Bonvini, Francesca Zoboli 

4) Il progetto I Fiori Blu mi ha molto affascinata. È nato da una ricerca sulla pianta dell'iris ispirata alle tavole botaniche antiche. Come mai hai scelto proprio l'iris come soggetto, e cosa ti ha colpita di quella pianta rispetto ad altre?
Il fiore dell’Iris è di una bellezza straordinaria e cresce nei posti più disagiati senza avere bisogno di quasi niente: chi non li ha visti nell’aiuola di un benzinaio o spuntare dalle latte di ferro nei cortili delle fattorie? Inoltre i suoi grandi petali possono essere di tantissimi colori, gialli, bianchi, viola e azzurri e per questi ultimi ho un debole, nel giardino che ho la fortuna di seguire in campagna ne ho piantati a decine. Questa variabilità dei toni di uno stesso colore, come il blu, ha ispirato il lavoro pittorico “I fiori blu”, da cui poi è nato il libro omonimo, edito dalla casa editrice La Grande illusion e da cui è germogliato il racconto “Fenomenologia di un giardino” di Giovanna Zoboli.

5) Nel processo creativo de I Fiori Blu l'iris smette a un certo punto di essere iris e diventa modulo, forma astratta. Cosa ti ha portata a questo tipo di astrazione?
Da quando mi sono messa a dipingere mi sono sempre mossa nell’ambito dell’astrazione, mi sento più libera se non devo confrontarmi con la rappresentazione.
Per me è stato urgente evitare di essere realistica e trasportare tutto il lavoro su un piano astratto, questa dimensione è enfatizzata dai fogli in cui il fiore addirittura sparisce sostituito da rettangoli di campionature di colori dei toni azzurri.
Mi ha interessato molto scomporre il soggetto in elementi separati e poi nuovamente accostati, introducendo anche il tema del negativo e positivo.

I fiori Blu, Francesca Zoboli

6)I tuoi assemblaggi di carta mi fanno pensare ad Anni Albers. Alberts costruiva superfici attraverso la trama e la ripetizione di moduli, ogni filo era un gesto che si ripeteva fino a diventare forma. Nei tuoi assemblaggi di carta sento una logica simile. Che significato ha per te la ripetizione?
La ripetizione permette di esplorare varianti di uno stesso soggetto rendendolo più complesso ed è un elemento che caratterizza la forma compositiva dei miei ultimi lavori. Dopo I fiori blu è nato Travasi, dove forme geometriche semplici si ripetono con variazioni di colore e texture dando luogo a infinite varianti di vasi immaginari digitali.
Il lavoro prende corpo soprattutto grazie all’accostamento e la ripetizione di disegni simili ma diversi. Anche tutta la ricerca di Chromaticon, è incentrato su forme geometriche in dialogo tra loro attraverso la ripetizione modulare ed è basato su incroci di linee ortogonali che ricordano molto la trama e l’ordito nella tessitura della stoffa.
Questi due lavori sono attualmente in mostra presso gli spazi di Bonvini 1909, a Milano.

Mostra Controforme, Bonvini, Francesca Zoboli 

7) In questo processo creativo separi le parti della pianta — fiore, foglie, radici — seguendo la logica stessa della catalogazione botanica. Questa scomposizione è un modo di conoscerle o di reinterpretarle?
Trovo le tavole botaniche e scientifiche delle opere sensazionali, dove l’acume della visione scientifica si esprime grazie alla sapienza del disegno, che a sua volta diventa uno strumento di indagine. Le ho usate come fonte di ispirazione per uscire dall’aura sentimentale e romantica  che spesso avvolge la rappresentazione floreale. Cercavo uno sguardo più asciutto, guardando quelle tavole ho deciso di separare gli elementi che costituiscono la pianta dell’iris. Così mi sono concentrata su tre diverse rappresentazioni, quella del fiore governata dal colore, delle foglie dai segni, e dei rizomi dalle texture.

I fiori Blu, Radici, Francesca Zoboli

8) I materiali che usi — cera, inchiostri ad acqua, pastelli, carta — sembrano scelti per riflettere la delicatezza e la transitorietà del fiore. 
Come avviene questo dialogo tra materia e soggetto nel tuo lavoro?
Come dicevo prima ho voluto evitare l’effetto romantico, ma non poetico.
La poesia permea tutta la natura e per evocarla ho puntato, in questo caso, su delle scelte estetiche che suggerissero il tema della fragilità, per esempio decidendo di incollare tutti i foglietti dipinti su grandi garze di cotone ripiegabili come carte geografiche. Sento molto vicino il mondo visivo orientale basato sull’impermanenza delle cose che è anche espresso attraverso l’uso di materie leggere come la carta o sensibili come gli inchiostri. Credo inconsciamente di averne subito il fascino. Fin dai tempi dell’accademia prediligevo dipingere usando cere e inchiostri e lavorare su immagini poco definite, un po’ fantasmatiche. Questa tendenza la sento ancora  presente nel mio lavoro anche quando utilizzo figure geometriche. Ci tengo a sottolineare che per me la geometria deve essere un po’ imprecisa, un po’ stortina e usata in modo poetico, per quanto possibile. Cerco di ottenere questo risultato usando carte sottili che restano un po’ stropicciate, e dipingendo, accettando di buon grado smagliature, inciampi, tremolii.

Tutto è in bilico tra precisione ed eventi casuali, questo crea un margine di mistero.

9) I tuoi studi sull'iris hanno trovato spazio in mostre collettive e personali all'interno di palazzi storici, dove convivono con erbari e collezioni naturalistiche. Cosa succede, secondo te, quando un lavoro contemporaneo entra in conversazione con quella storia?
Il mio sogno sarebbe di continuare far girare i fiori blu negli orti botanici che per me sono la loro casa di elezione. Dimore storiche e ambienti naturali sono posti speciali per attivare relazioni fra persone, arte contemporanea, patrimonio storico e paesaggi, credo sia una delle vie per dare senso a ciò che definiamo cultura, e penso sia sempre più necessaria. Trovo che anche la pratica di condurre workshop che mettano in relazione la pittura con l’ambiente naturale, dia risultati molto interessanti. É successo all’orto botanico di Bergamo e di Pavia, presso il Palazzo Ducale di Pavullo e a Palazzo D’Arco a Mantova. In questi laboratori il punto di partenza è sempre stato l’elemento naturale, il reperto raccolto o fotografato, ma anche la tavola botanica. Da questo contatto concreto ci si muoveva poi per svolgere la parte creativa e pittorica.
Un altro workshop che ho proposto in diversi piccoli e che ha dato sempre risultati  sorprendenti è “ Raccogliere ombre”.  Si tratta di un laboratorio che si svolge tra sentieri, giardini e boschi, di notte, dove si dipingono su grandi fogli le ombre delle piante e degli alberi, proiettate dalle torce. Forme da esplorare e creare utilizzando solo carta bianca e colore nero. Successivamente tutti i lavori venivano esposti in uno spazio adatto per ricreare quella che diventava una nuova visione del luogo e della sua natura.
Prossimamente “Alberi Festival” di Modena ospiterà in Aprile il prossimo workshop nei giardini della casa-studio Cesare Leonardi.

Raccogliere ombre, laboratorio di Francesca Zoboli

10) La tua palette è terrosa, opaca e silenziosa. Questa scelta cromatica nasce da un'esigenza tecnica, o è prima di tutto una scelta stilistica?
È innanzi tutto una sensibilità personale verso una dimensione dimessa e un po’ understatement del colore, derivata anche da scelte tecniche, come quelle di utilizzare il ferro arrugginito come pigmento, o inchiostri e mordenti color noce su carte da pacco avana e tele grezze, ma negli ultimi anni si sono imposti prepotentemente i colori, entrati con passo felpato attraverso i Quaderni cromatici 1 e 2, e pienamente sviluppati in Travasi e Chromaticon. Sicuramente per me il colore non è quello che esce dal tubetto del colorificio, ma deve sempre passare attraverso una sua elaborazione fisica.

Mostra Controforme, Bonvini, Francesca Zoboli 

11) Guardando al futuro, c'è un'altra pianta o un altro elemento naturale che senti il desiderio di esplorare con la stessa profondità con cui hai indagato l'iris?
Faccio un piccolo spoiler, ho un progetto sulle piume, ma non dico di più!

12) Prima di salutarti, vuoi consigliarci una lettura, un artista, uno scrittore o una figura che ispira il tuo immaginario e il tuo processo creativo?
Una lettura che mi  è sembrata estremamente ricca di suggestioni è La stoffa a quadri 
di Isabella Ducrot, edizioni Quodlibet, che tra l’altro oltre che sorprendente scrittrice è anche un artista che amo molto.
Mentre David Tremlett mi ha indicato percorsi molto interessanti nel mio passaggio dalla decorazione tradizionale a quella astratta, specialmente per una sensibilità cromatica profondissima, maturata anche grazie ai suoi tanti viaggi in Africa, Oceania, Australia.
Anche I libri neri di Sonia Delaunay in cui sono raccolte le gouaches su carta con tutti i suoi studi di tessuti, patterns e colori per me sono stati fonte di grande ispirazione.
Ma poi tantissimi incontri, anche casuali, con opere di artisti sconosciuti, come anni fa a una biennale di Venezia, con quelle di anonimi pittori indiani di arte tantrica.

Credo che la curiosità per il mondo, anche nelle sue minime forme, sia la chiave che aiuta a essere sempre stimolati e sospinti verso la creatività.

Ringrazio di cuore Francesca avermi dedicato questo tempo prezioso, e credo di poter parlare a nome di tutti noi nel dire che non vediamo di vedere le sue piume.
Se volete approfondire il suo lavoro lo travate su IG 
nei suoi due siti qui e qui 

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